Sanniti
Nel primo periodo della loro civiltà, per intenderci,
nella protostoria, i Sanniti furono uno dei più importanti
popoli Italici che si stabilì nel Sannio: tra i Paeligni
a nord, Lucani a sud, Frentani e Dauni-Apuli ad est, Campani
e Laziali ad ovest. La loro lingua era l’Osco e “Sannita”
era la traduzione in Osco di Sabino. Per fare un accostamento,
diremo che gli abitanti del Sannio (Sanniti) rispetto ai Sabini-Osci,
erano quello che gli abitanti dell’Inghilterra (Inglesi)
sono rispetto agli Anglosassoni, cioè tutti di lingua
inglese.
Ma i Sanniti al contrario degli Inglesi, non avevano praticamente,
nessuna attività connessa con il mare; essi curavano
l’allevamento del bestiame, in particolare delle pecore
da dove consegue la transumanza che era l’accadimento
più importante della loro sussistenza. Tale uso acquisì
una crescente importanza a partire dall’XI° sec.
a.C. in poi, o, allorquando: per vincere una battaglia, per
allontanare un pericolo, per porre fine ad una epidemia o
ad una carestia e, soprattutto, quando si doveva riequilibrare
il numero delle nascite con i mezzi di sussistenza a disposizione,
all’uso della transumanza si aggiunge il rito del “ver
sacrum”: la primavera sacra. Questo prevedeva che i
nati nella primavera successiva all’evento nefasto venissero
lasciati crescere e non più immolati, come si faceva
in tempi anteriori ma sacrati (“m’ha sacrate de
mazzate” è l’espressione rimasta in dialetto)
cioè consacrati ad un Dio pagano e costretti a lasciare
la propria tribù una volta raggiunta la maggiore età.
Sotto la guida di un animale sacro alla Divinità essi,
poi, raggiungevano nuovi territori e nuovi pascoli. I Sanniti
seguivano un Toro, i Piceni unPicchio, i Frentani un Cervo,
gli Irpini ed i Lucani un Lupo. E’ anche vero, però,
che quando lo spostamentoera di carattere militare, l’animale
veniva raffigurato su un vessillo, come il Gallo simbolo sacro
della Lega Sannitica e l’Aquila per i Romani. Queste
genti erano organizzate in leghe tribali sottomesse ad una
aristocrazia di tipo feudale ma, seppur sottomesse, esse erano
sempre pronte a passare sotto l’autorità di un
ribelle più forte, però ossequioso e vincolato
ai superiori interessi della Lega. Facevano parte della Lega:
Caricini (dal celtico carreg “roccia”) erano
montanari di tribù situate al nord del Sannio: Cluviae
e Juvanum;
Pentri(dal celtico Pen “sommità”) anch’essi
popolo di montanari situati al centro del
Sannio: Bovianum, Saepinum, Aufidena, Terventum ecc. ecc.;
Irpini ([H]irpus “lupo”): Abellinum – Beneventum
(Maleventum), Compsa ecc. ecc.;
Caudini (da Caudio loro agglomerato principale, famoso per
le Forche Caudine), altre città: Caiatia, Trebola,
Cubulteria.
E’ significativo come solo una delle quattro Tribù
Sannitiche, quella dei Caudini, abbia preso nome da una città
Caudio! Questo fatto, forse va messo in relazione alla vicinanza
di questa Tribù con la migliore urbanizzazione della
Campania dove i Greci dominavano con la loro civiltà
e la loro Nuova Polis = Neapolis: Napoli.
Riguardo ai culti dei Sanniti dobbiamo rifarci alla Tavola
bronzea detta TAVOLA OSCA (o Tavola di Agnone, ma trovata
in territorio di Capracotta) che menziona 15 divinità
i cui altari si trovano in uno specifico spazio chiamato Orto
(“Horz” in Osco), davanti ai quali si facevano
“soste” a scopi lustrali così, come, ora
si fa davanti alle 14 stazioni della Via Crucis Cristiana.
Lo stesso dicasi per la contrada “Orto Vecchio”
rispetto ai Templi di Pietrabbondante.
L’”horz” di cui sopra era un recinto sul
Monte Cerro di Capracotta consacrato alla Dea Kerres (Cerere)
ed alle altre (14) divinità identificabili, come quelle
di Roma, con le equivalenti della Fertilità, della
Salute, della Nutrizione e della Buona Fortuna. La località
si chiama “Fonte Romita” e confina con una proprietà,
tuttora chiamata “Uorte” in dialetto. E’
singolare come un’altra montagna anch’essa sacra
ma questa volta ai Celti si raggiungesse attraverso una valle
chiamata anch’essa Romita e fosse anch’essa ricoperta
di querce! Dobbiamo, subito dire che secondo Plinio “Naturalis
historia” XVI – XVII, la quercia era sconosciuta
nella maggior parte d’Italia di quei tempi e, quindi,
sia le querce supposte sulla montagna dei Celti sia “Cerro”
della località di Capracotta non hanno alcun nesso
con il latino Cerrus (quercia) ma sono termini giunti a noi
con la corruzione del primitivo termine Osco di Kerres (la
Cerere dei Sanniti) e la confusione che la parola “cerere”
fa in rapporto a “cerrus” quercia.
I Sanniti apparvero nella storia solo nel V° sec. a.C.
quando subentrarono, in Campania, agli Etruschi che in quell’epoca
cedettero all’espansione romana. A partire dal 343 a.C.
i Sanniti cominciarono a subire le stesse conseguenze e ciò
si verificò nel corso di mezzo secolo con tre lunghi
periodi di guerre: I°) 343-342; II°) 327-304; III°)
298-291 di cui il secondo fu caratterizzato dalle Forche Caudine
del 321 a.C. che ritardarono, di molto frenandola, l’espansione
romana di cui sopra è cenno. I Sanniti furono ancora
i principali elementi di disturbo anche durante la Guerra
Sociale che terminò nell’82 a.C. con la definitiva
vittoria di Roma a Porta Collina.
Non di meno i Sanniti riuscirono ad imporre un certo rispetto
da parte dei conquistatori tanto che se questi erano portati
a coniare epiteti di indulgente disprezzo nei riguardi di
altri popoli Italici come per esempio: “Etruschi Grassoni”
; “Umbri Avaracci”, “Lavini Malignetti”
ecc., per i Sanniti essi adoperarono l’unico appellativo
di “Bellinger” (cioè bellicosi), tanto
che Tito Livio dirà: “Non fuggirono la guerra;
non si stancarono di difendere la propria libertà anche
nella sfortuna; preferirono essere vinti piuttosto che rinunciare
a tentare la vittoria”.
Abitudine di Roma era quella di risparmiare i conquistati
ma i Sanniti, vinti, non lo furono e dopo la repressione di
Silla dell’82 a.C. fu difficile trovare un Sannita nel
Sannio. Ma, pur non pervenendo a costituire un unico Stato,
essi anticiparono di Millenni l’antico principio della
sussidiarietà (oggi “devolution” che riconosce
alla famiglia, alla comunità sociale e locale un diritto
al primato sullo Stato come espressione del loro diritto alla
Libertà).
Cenni storici del comune
Nel III° Millennio le contrade del tratturello “Castel
del Giudice / Sprondasino” collegarono le grandi vie
della transumanza delle greggi e furono sicuramente e largamente
abitate. Per chiarezza d’informazione e ad integrazione
di quanto già detto a proposito dei Sanniti, aggiungiamo
che, a partire dall’età del bronzo, i primi insediamenti
si stabilirono in prossimità dei punti di passaggio
obbligati, dove potevano avvenire scambi di prodotti della
pastorizia con quelli della terra e dei manufatti vari. Duemila
anni dopo, con l’avvento delle tribù sannitiche
nel Sannio, che va a partire dal X° sec. a.C. fino ai
patti di buon vicinato sanciti con i Romani nel 354 a.C.,
si entra nell’Evo Storico che ci rende edotti delle
continue lotte tra i Sanniti e gli altri popoli ad essi confinanti.
Dicevamo che talune contrade di Poggio Sannita ( allora denominato
Caccavone) connesse con la transumanza ed ora chiamate: Piana
le Croci, Colle San Pietro, Colle Sant’Elia, Macchie
di Santa Chiara e di San Castaldo, si identificavano anche
al tempo dei Sanniti con luoghi sacri dedicate a divinità
pagane dei campi, di cui sono state rinvenute suggestive testimonianze
archeologiche.
Altre contrade rimaste col nome originario si trovano sia
presso l’abitato urbano odierno, sia nel contado, sia
negli immediati terreni confinanti come: Templi e Teatro di
Pietrabbondante, con vicino Orto Vecchio (“Horz”
in Osco), il Tempio di Schiavi d’Abruzzo, situato dopo
il confine con il Sente e, quindi, la fonte Romita confinante
con la zona chiamata “Uorte” (lo stesso che “Horz”)
alla sommità del monte Cerro di Capracotta.
Per contro, le seguenti località, cui attribuiamo
la sacralità dei Sanniti e reperibili nella zona urbana
e nel contado, sono: L’Ara del Cerro – L’Ara
Vecchia – Bagno del Cerreto – Ara Giagnagnera
– Conicella – Porta Vittoria, dove è stata,
successivamente, edificata la chiesa parrocchiale che porta
il nome di Santa Vittoria. (Per la Conicella valga la considerazione
che, ai tempi che furono, si ergevano Edicole o Icone all’incrocio
di vie di ingresso della comunità, nell’intento
di focalizzare l’attenzione su un fenomeno religioso.
Il nome “Conicella”, quindi, giunto a noi corrotto
da una primitiva forma “Iconicella”- Lanciano
(CH) e Trivento (CB) - con i termini, altrettanto corrotti,
di “Cunicella” o “Canicella”. E’
significativo che nell’agro ci fossero 6 toponimi che
alludono al maiale: Valle del Porco – Vallone del Porco
– Verrino – Colle Maiale – Fonte Guerra
e Fonte Trolia (queste ultime dedicate al maschio ed alla
femmina del maiale). Sapevamo, già, che l’allevamento
del maiale era molto importante per le tribù sannitiche
perché era l’animale sacrificale per eccellenza
che serviva loro per placare le divinità, contrastare
le avversità ed anche a soddisfare i vari riti riguardanti
la famiglia: Nascita – Matrimonio – Morte. Quello,
però, che più colpisce è il maialino
rappresentato sul rovescio di una moneta, in circolazione
all’epoca della guerra sociale, raffigurante alcuni
guerrieri nell’atto di prestare giuramento. L’urbanizzazione
di Caccavone risale al VII° sec. a.C. ma non ci sono noti
i nomi delle genti che vi affluirono e che popolarono i suoi
“Casali” e i suoi “Vici” (nell’estratto
catastale del comune si trovano n.5 contrade chiamate “Casale”
e altrettante indicate col nome di “Vicenne”).
Ricerche di studiosi, però, darebbero conferma all’ipotesi
che ai limiti dell’agro di Caccavone ci sia stata l’antica
città di Fresilia distrutta dai Romani nel 450, era
di Roma, che corrisponde al 303 a.C. della nostra era. L’ipotesi
è giustificata dal fatto che il toponimo della contrada
dove furono rinvenuti ruderi di antiche vestigia e sepolcreti
si chiama, per l’appunto, “Frescillotto”
e tale nome presenta tutti gli elementi fonetici per far ritenere
che i suoi abitanti poterono chiamarsi Fresilioti cioè
abitanti di Fresilia come Italioti si usa per gli abitanti
dell’Italia antica e Iloti quelli di Ilio. Nessuna tradizione
spiega il nome dato a Caccavone che il Comune ereditò
dalla storia. Probabilmente, fin da tempi remotissimi, le
genti interessate a raggiungere la località, quando
non ancora esistevano le carte geografiche né bussole,
conoscevano un nome, una perifrasi, una circonlocuzione che
definiva il posto cercato e la sua posizione.
Per fare un esempio: Trivento poteva corrispondere a “Trinius
Vertitur”(= ”Dove il Trigno gira”). Pietrabbondante
corrisponde a dove le pietre abbondano, Salcito a saliceto,
Belmonte a “mons belli”, monte di guerra, Capracotta
e Schiavi d’Abruzzo come Castelluccio e Castiglione
si spiegano facilmente e, infine, Agnone con tutto il rispetto
per le altre interpretazioni, può prendere il nome
della sua primitiva forma geografica, per cui partendo dalla
certezza che il nome della città di Cuneo fu arguito
dal cuneo della sua posizione geografica, possiamo dedurre
che il nome di Agnone sia stato suggerito dall’immagine
di un “angolo” col vertice verso la contrada Ripa
che si allarga verso il nord formando l’Angulonum, divenuto
Angulone, Anglone e, quindi Agnone. L’altrettando valida
constatazione è che presso le popolazioni della vicina
Daunia era diffuso un grosso oggetto di rame, per la raccolta
e la lavorazione del latte, chiamato “Caccavo”
– molti sono tuttora i cognomi “Caccavo”
ricavati dagli elenchi telefonici e potremo supporre che la
nozione in possesso del pastore transumante fosse quella di
raggiungere una zona circoscritta, a forma di un grande “caccavo”.
E’, per l’appunto, un Caccavone inserito in un
territorio di media altitudine (500 – 750 m. s.l.m.),
aperto ad oriente e circoscritto da monti al di sopra dei
mille metri corrispondenti alle alture di Pietrabbondante
- Capracotta - Castiglione - Schiavi d’Abruzzo. Pertanto,
come il nome “abete” da il toponimo “Abetone”
il nome “carpino” dà quello di “Carpinone”,
“motta” quello di Mottarone, perché in
nome “caccavo” non avrebbe potuto suggerire quello
di “Caccavone”? Nella titolarità feudale,
il Marchesato di Caccavone inizia con Rodisio nominato a fine
VIII° sec. d.C. da Landolfo, principe Longobardo, e arriva
fino al 3 luglio del 1921 col cambiamento del nome da Caccavone
a Poggio Sannita, attraverso ben 31 successioni.
Le più importanti delle Famiglie feudali che si intrecciarono
in dette successioni e nel dominio del Marchesato di Caccavone
furono, certamente, il casato dei Carrafa e quello ancor più
prestigioso dei Petra. Di quest’ultimo, i più
celebri personaggi si ebbero con il Cardinale Vincenzo Petra
(che brigò per far assegnare alla Chiesa Parrocchiale
le spoglie di San Prospero traslate nell’agosto del
1743) e, poi, con Raffaele Petra, Marchese di Caccavone e
celebre epigrammista. Si racconta di lui che, una volta, il
Re di Napoli per vendicarsi dei suoi pungenti epigrammi abbia
fatto scivolare un paio di corna tra i suoi piedi mentre Egli
transitava davanti alla Reggia. Di fronte a questo…
scherzo o, meglio, a questo scherno che andava al di là
della trivialità, si narra che il Marchese abbia risposto
rivolgendosi al Sovrano con angelica ingenuità: “Maestà
vi state pettinando?” Tornando alla causale della delibera
con la quale fu cambiato il nome da Caccavone in Poggio Sannita
(3 luglio 1921) questa fu in parte determinata dalla volontà
di sopprimere il titolo di feudalità (Marchesato di
Caccavone) ma anche dal bisogno di difendersi dalla dose di
sarcasmo da parte di chi, ascoltando per la prima volta il
nome di Caccavone avrebbe potuto trovare il suono non gradevole
ed il signifiacato della sua prima parte ancora meno piacevole.
Il nome di Poggio Sannita che fu adottato, sembrò bello
ed ancor più appropriato di Vinoli, che era stato deliberato
qualche mese prima. Contro la nuova denominazione insorse
il “Roma della domenica” giornale di Napoli, che
dedicò alla questione tutta la prima pagina con il
titolo
“Dov’è più Caccavone?”
Alla domanda risponde, innanzitutto, il giornale stesso tessendo
le lodi dei personaggi celebri che fecero conoscere il paesello
al di là dei confini territoriali. Di questi personaggi
Cosimo Maria De Horatiis fu un insuperabile medico chirurgo
e scienziato fautore della cura omeopatica nonché medico
di corte del Re di Napoli e membro delle più prestigiose
accademie del suo tempo. Segue la figura del Marchese epigrammista
e poeta, di cui più in alto è cenno ed infine,
l’episodio storico dei “Tredici Giganti”
di Caccavone che caddero eroicamente nella lotta al brigantaggio
ai tempi della restaurazione Borbonica. Ma la risposta più
affascinante la dà il regista Francesco Rosi con il
film del 1967: “C’era una volta” con Omar
Sharif e Sophia Loren. Si tratta di una piacevole commediola
dal profumo di favola, ambientata nella campagna campana del
sec. XII°, in cui il giovane Principe Ferrante d’Avalos,
dopo il suo netto rifiuto di sposare la Principessa scelta
tra le sette più belle principesse del reame, sposerà,
fatalmente, la sguattera di Corte (interpretata magistralmente
dalla Loren) che verrà presentata alla regina come
“la Marchesa di Caccavone”. Questa tradizione
fiabesca sta all’origine anche dell’espressione
comune “Va a fare il Sindaco a Caccavone”, che
popoli confinanti utilizzano in modo ironico nei confronti
di chi non è d’accordo con loro. Può anche
darsi che l’espressione non abbia il “fiabesco”
della precedente favola ma, certamente, è la sintesi
di un’esperienza amministrativa difficile, pesante,
contraddittoria – per intenderci – di un’amministrazione
che ha sempre sofferto da un lato della continua sottomissione
nei secoli, al “Signore di turno” e, dall’altro,
del fatto di dover amministrare genti rimaste per millenni
nel loro piccolo orto per sopravvivere durante la loro intera
esistenza cioè senza mai urbanizzarsi.
Tante le difficoltà, tanto diffusa la miseria! Ironizzando,
bonariamente, ricordiamo che una nostra contrada è
stata chiamata “Scalzavacca”! Non è difficile
comprendere che alle tante difficoltà e miserie se
ne aggiungessero altre di natura ambientale e di distanza,
per arrivare a concludere che il muoversi da zona a zona fosse
tanto difficoltoso anche per i quadrupedi, al punto di arrivare
a scalzarli! Rimane, infine, l’ironia che suole farsi
sul campanile di Caccavone che ha la guglia un po’ pendente
e che secondo la versione dei detrattori (la Pietravalle la
più maliziosa) sarebbe stata tutta colpa del capo-mastro
il quale, dopo la costruzione della Torre avrebbe fatto la
sua pipatine appoggiandosi distrattamente alla costruzione
fresca. Certo non si potrà far appello né alla
torre di Pisa che pende e mai non cade, né alle torri
degli Asinelli di Bologna anch’esse sotto il segno del
“pendolo”, pur sapendo per tradizione e convinzione
che “solo chi non fa non sbaglia” si potrà,
bonariamente, addebitare l’invisibile errore all’imperizia
dei tempi bui e alla pochezza dei mezzi a disposizione.
Alle saporose ironie del prossimo si potranno mettere in
mostra le qualità del Popolo espresse nei loro sentimenti,
nella loro tenacia e nella loro umiltà. E questo perché
non accada, come ai tempi dei Sanniti, che cambiato il nome
del Comune in Poggio Sannita, non ci siano più Caccavonesi!
Infine aggiungo qualche parola per spiegarci il “mostro
fonetico responsabile di tutti i nostri disastri lessicali”
così piacevolmente esposto dal bravissimo giornalista
e scrittore Giuseppe Tabasso nel suo libro “Il Molise
che farne?”. Trattasi del figlio dell’altrettanto
insuperabile maestro di musica Lino Tabasso che dirigeva tutti
noi adolescenti nella centuria corale di Campobasso anni ’40.
Questo “mostro fonetico” è un fenomeno
che ci fa pronunciare, dopo la “N” e la “M”
la consonante “P” in “B”, la “T”
in “D”, la ”C” in “G”
o viceversa. Per limitarci alle principali inesattezze, diremo
che Antonio lo pronunciano Andonio; Francesco: Frangesco,
incombente: ingompende: e capita spesso! Va ricordato tale
fenomeno non certo per colpevolizzare chi, in questi errori,
cade inconsapevolmente ma per riaffermare ancora una volta
che la civiltà dei Sanniti e per essa la lingua-madre
Osca ha a tal punto caratterizzato le genti che le dominazioni
successive non vi hanno piùinciso.
Ricordando una parola simbolo: Imperatore, i Romani dicevano
“Imperator”, i Sanniti “Embratur”
non solo sostituendo la “B” al posto della “P”
ma eliminando la vocale inaccentata e facendo uso della “U”
al più comune uso della “O” . Fenomeni
analoghi si trovano ovunque, soprattutto nelle periferie di
Domini importanti caduti successivamente. E’ il caso
della pronuncia di “Chichero” e “Caesar”
tuttora viva in paesini sardi, invece di “Cicero”
e “Cesare”, come pure la pronuncia del gruppo
vocalico, “OI” francese che si pronuncia “uà’”
ma in Canada, nella parte che fu dominata dalla Francia fino
al XVII° sec., si pronuncia tuttora “uè”
come a quei tempi si pronunciava anche in Francia. Solo esaltando
il fenomeno di globalizzazione, della nuova potenza televisiva
e più propriamente di Internet – di cui abbiamo
accolto di buon cuore le esigenze – si riuscirà
a omogeneizzare in meglio le nostre conoscenze, sempre che
in ognuno di noi LA VIRTU’ RIPOSI NEL GIUSTO MEZZO